Vermentino

IL VERMENTINO

Dopo approfondite escursioni nei vini piemontesi torniamo ora  nella selvaggia Sardegna, e non si inquietino i sardi se mi esprimo in questi termini sulla  loro terra perché si tratta anche della mia terra: ho una buona dose di sangue iglesiente in corpo e il termine “selvaggio” per me non è affatto dispregiativo, ma anzi, sinonimo di libero, non omologato, radicato sul proprio territorio, ancorato a tradizioni millenarie che non ne vogliono sapere di farsi spazzare via dallo sporco vento del vile denaro, perciò parlerò ora di un vino sardo che più sardo non si può (a parte il Cannonau di cui abbiamo già parlato): il Vermentino.

Devo ammettere che la prima volta che ho assaggiato il Vermentino del Divin Birbante non mi ha fatto impazzire, ma al secondo assaggio a distanza di più di un mese l’ho  trovato molto, molto meglio: quando si tratta di vini bisogna capire che ci vuole anche pazienza, che alcuni di essi non vanno bevuti subito, ma bisogna dare loro il tempo di prendere il sapore giusto, perché il vino non dovrebbe essere solo una merce, ma un arte che andrebbe affinata con calma, e al diavolo la globalizzazione che dice “tutto subito” e ci ha fatto perdere il gusto delle cose fatte bene, senza fretta di venderle e lucrarci sopra …

Il Vermentino del Divin Birbante è dotato di una particolare combinazione di dolcezza e piacevole asprezza, con un retrogusto  misterioso che sa di antichi anfratti celati da costruzioni “archeospaziali”: questo nettare mi ha parlato e mi ha detto che lui era lì quando il popolo nuragico resisteva ai cartaginesi,ai romani e ai francesi, era lì anche quando resisteva all’occupazione piemontese e alla tirannia sabauda, ed è ancora lì ora che resiste alla servitù militare, alle basi dell’esercito italiano, alle basi della Nato, al plutonio dei sottomarini americani e ai rifiuti tossici delle aziende di “continente”, oltre che al turismo invadente e irrispettoso … Il Vermentino mi ha parlato e mi ha detto “non dimenticare le tue radici, non dimenticare i tuoi zii e i tuoi nonni, non dimenticare l’orgoglio dei briganti, porta alta la bandiera dei quattro mori che sventola nelle tue vene”, e io non posso fare altro che ascoltarlo e obbedirgli, perché questo vino fa parte di un intelligenza antichissima di fronte a cui non si può tapparsi le orecchie e fare finta di niente.

Investito da un ondata di sciamanismo enologico (e con il contenuto della bottiglia decisamente diminuito) ho chiesto al Vermentino da dove viene il popolo sardo, di cui sento di far parte anche se non metto piede in quell’isola da quando avevo dieci anni, e Il Vermentino mi ha risposto: il tuo popolo viene dalle stelle, proprio come gli indiani e gli aborigeni, e alle stelle ritornerà!

Piatto d’accompagnamento consigliato: Torno a riproporre, per l’orrore di tutti i benpensanti culinari, la Coratella, ma questa volta nella versione greca:il Kokoretzi!  Mentre in Saredegna le interiora dell’agnello vengono cotte in padella in Grecia invece si prendono il fegato, il cuore, il polmone eccetera, li si tagliano a pezzi, li si infilza sopra un  grosso ramo e li si fa arrostire piano piano, possibilmente su un bel fuoco all’aperto circondato da pietre alla maniera cretese. Un bel pezzo di Kokoretzi che si scioglie in bocca e un bel bicchiere di Vermentino, ah! Che lusso!

Disco d’accompagnamento consigliato: Probabilmente vi aspetterete che vi consigli un disco di musica sarda … e invece no!  Vi raccomando semmai  un disco psichedelico e strumentale srilankese, Khun Narin’s Electric Phin Ba. I Khun Narin vengono dallo Sri Lanka, proprio così, basta con la dominazione angloamericana sull’immaginario musicale del rock, scopriamo altre melodie da altri posti!

Libro d’accompagnamento consigliato: Ancora una volta quando si parla di libri tiro fuori il grande Joe Lansdale: questo scrittore sanguigno e ben poco intellettuale proveniente dal profondo Texas si è cimentato in ogni genere possibile, horror, poliziesco, avventura eccetera, sempre con una robusta dose di umorismo nero e critica sociale, e così fa anche in questo Paradise Sky, capolavoro western che fa ridere forte, piangere, arrabbiare, sognare, viaggiare fuori dalla propria stanza immobilizzata sotto la pioggia, e oltretutto offre una ricostruzione storica del Far West piuttosto diversa da quella a cui ci hanno assuefatto i film hollywoodiani: i cowboy e i pistoleri erano in larga parte non bianchi, ma neri e messicani che si scontravano non di rado con la stupidità di un mondo meschinamente razzista … Ricordatevelo la prossima volta che vedete un western di John Wayne, e cambiate canale!

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